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24 01 2017 | Redazione | Editoriali e commenti

Sulla macchina volante di Gianni Agnelli

Nel quattordicesimo anniversario dalla morte, ne proponiamo un ricordo sul nostro blog.

Era il 1992. Io ero entrato in Fiat da poche settimane. Dirigente a 32 anni ancora da compiere. Ero felice per tanti motivi. Ero tornato a Torino, una città che amo. Ero marito e padre. Ero giovane e apprezzato nel mondo del lavoro. E, quel giorno, si aggiunse un altro motivo di felicità.

Il mio capo, il direttore dell’Ufficio Stampa Fiat Ernesto Auci, mi chiese di andare con lui a Milano ad accompagnare l’avvocato Agnelli a un convegno a cui sarebbe intervenuto come relatore. Ci sarebbero stati tanti giornalisti. Si doveva ascoltare, capire, interpretare, spiegare, ove necessario. L’autista ci aspettava nel garage di Corso Marconi, Lancia Thema d’ordinanza.

Silenziosi attraversiamo il ponte sul Po e poi affrontiamo le rampe e le curve della collina. In dieci minuti siamo a Villa Frescot. Un cancello quasi anonimo. Ricordo i rampicanti sul muro e la vista del centro di Torino, là sotto. Oltre l’ingresso il paradiso.

Una casa come nelle favole, prati a perdita d’occhio. I cani Husky che ci corrono incontro scodinzolando. L’elicottero parcheggiato nel verde. Poco dopo l’Avvocato compare. Auci mi presenta: “Il dottor Edoardo Bus, un nuovo giovane dirigente. Ci aiuterà con la stampa milanese, che conosce bene”.

L’Avvocato mi guarda, gentile, e comincia a domandare. Era interessato soprattutto a L’Indipendente ed al suo carismatico direttore Vittorio Feltri. Gli racconto del giornale, dei suoi successi, qualche aneddoto. Poi si parte. Saliamo sull’elicottero con destinazione il grattacielo milanese in cui si svolgeva il convegno, con annessa pista di atterraggio sul tetto.

Ero già stato in elicottero ai tempi del militare. Ma farlo volteggiando sui tetti di Torino e Milano insieme al mitico Gianni Agnelli aveva un sapore diverso.

Lui parlava molto, era curioso di tutto, Auci gli rispondeva calmo, con la sua tipica flemma, ogni tanto intervenivo anche io.

Un viaggio veloce. C’è da scendere subito alla sala del convegno, ‘difendere’ il Presidente Fiat dai primi assalti dei cronisti, occuparsi di postazione, relazione, correlatori, moderatore… Ti senti osservato. E osservi. Ricordo poco, sono passati tanti anni. Solo che tra i relatori c’era anche Gabriele Cagliari, che sarebbe morto in circostanze drammatiche un anno dopo.

Tutto passa in fretta. Il convegno è finito. L’Avvocato regala qualche battuta a margine ai giornalisti. Poi lui e Auci ritornano alla macchina volante. Io mi fermo con la stampa. C’è da interpretare, spiegare, quanto è stato appena dichiarato.

Torno a Torino in treno. Quella è stata la prima indimenticabile volta in cui mi sono trovato fianco a fianco con Agnelli. Ce ne sono state altre. E grazie a lui e alla Fiat ho conosciuto bene grandi manager come Romiti, Monferino, Quadrino o personaggi come D’Alema, Mieli, Richard Branson. E mi sono rimaste impresse tre cose in particolare. La curiosità intelligente, non pettegola, per il mondo e per la gente. L’eleganza sobria, perché poteva portare anche una giacca un po’ sdrucita come ogni tanto accadeva, poteva indossare solo una camicia per assistere d’estate a una partita della sua amata Juventus, o avere la barba con perfettamente rasata, ma lui aveva un portamento e un modo di porsi che lo rendevano sempre elegante. Infine la modestia. Sembrerebbe strano per un grandissimo come lui, ma aveva una capacità innata di mettere a proprio agio l’interlocutore e di entrare in contatto con lui.

Gli operai Fiat lo amavano. Lo ricordo alle Convention interne all’azienda. Dopo il suo discorso la gente gli si accalcava intorno. E lui salutava, riconosceva, chiamava per nome e chiedeva notizie di moglie e figli. Alle volte forse fingeva. Ma era il suo bel modo di stare al mondo ed esserne protagonista.

Non è stata una vita solo di gioie e felicità la sua. Basti pensare al dramma del suicidio del figlio Edoardo o alla prematura scomparsa del nipote Giovanni, il primo erede designato. Con il giovanissimo, allora, John (Jaki) Elkann al suo fianco gli tornava il sorriso, perché sapeva di aver individuato a chi lasciare le chiavi dell’impero.

Se n’è andato in una fredda giornata di gennaio del 2003, nella sua casa, villa Frescot.

Io avevo lasciato Fiat da più di due anni. Ma alla messa in Duomo per il suo funerale c’ero, non potevo mancare. Non dimenticherò mai la folla enorme, silenziosa, riconoscente, commossa, dietro le transenne.

E ho conservato le parole che mi ha scritto la sua brava e fedele assistente di allora: “La scomparsa dell’Avv. Agnelli è una perdita molto dolorosa per tutti, e soprattutto per noi che l’abbiamo conosciuto da vicino”.

Edoardo Bus (@edoardobus)

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