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16 09 2016 | Redazione | Economia

Servono investimenti per la crescita

Non è cambiato molto rispetto a quello che avveniva qualche anno fa. Anticipati da qualche articolo di fine agosto, nel mese di settembre partivano i fuochi di artificio della “finanziaria”, documento che doveva tracciare la linea operativa del Governo in qualche modo elaborata a livello teorico dal Dpef di aprile che disegnava la strategia economica a venire.
Oggi la terminologia è cambiata, si è fatta più raffinata e al passo con gli schemi europei, ma la sostanza è la stessa. Tagliare la spesa sanitaria, aumentare le sigarette (e tra un po’ salterà fuori pure quello della benzina): è tutto un intrecciarsi di voci e indiscrezioni su quella che sarà la prossima manovra del Governo. Quest’anno si dovrà far fronte a una complicazione in più, vista l’intenzione di varare finalmente un primo assaggio (costoso) di anticipo pensionistico.
Le aspettative di qualche mese fa sembravano tali da poter vivere questa fase in modo più sereno rispetto al passato, ma la congiuntura sta evolvendo ancora in modo incerto. Anche ieri la Confindustria ha delineato un quadro pessimistico, con una revisione al ribasso del Pil, già annunciata per il 2016 e il 2017 dal ministro dell’Economia. È vero che i dati sono positivi, ma su livelli bassi.
Da quanto comunicato ieri emerge che negli ultimi quindici anni, a fronte di una crescita dei paesi europei che balla fra il 18 e il 24%, l’Italia ha registrato un miserrimo +0,5%. Il problema è che il Governo Renzi si è fortemente impegnato su più fronti.
Accanto alle pensioni, sui conti pubblici gravano gli impegni per il contratto degli statali, le agevolazioni fiscali alle piccole imprese, la sterilizzazione degli aumenti delle aliquote Iva, le misure per il contrasto alla povertà, per non parlare dei fondi necessari a far partire Casa Italia, il piano pluriennale per la messa in sicurezza degli edifici. Se poi aggiungiamo altre promesse, come il rinnovo dei bonus per gli insegnanti e via andare, c’è poco da stare allegri.
Ecco allora che si affacciano i soliti rimedi, tagli, balzelli, interventi dell’ultima ora che certo fanno a cazzotti con una pianificata e ragionata opera di spending review. D’altra parte il Governo non poteva certo prevedere che il clima economico rimanesse così plumbeo, i segnali indicavano altro.
Le cause di questa situazione non sono tutte interne. L’economia stenta a livello mondiale, i consumi non decollano, l’inflazione permane bassissima, i miracoli non sono possibili. Ci sta provando la Bce, ma ormai è chiaro che la pur meritevole opera di Mario Draghi non basta. Sarebbe forse il caso di concentrare gli sforzi su una revisione netta e al passo con i tempi delle regole europee.
I numerosi vertici non producono nulla, documenti di belle intenzioni che però tengono fermi i principi fissati nel 1992 a Maastricht, un secolo fa. Il Patto di stabilità è palesemente inadeguato, vecchio, superato. Il problema del debito e dei suoi parametri scolpiti nella pietra sono una barzelletta. Occorre congelare la situazione e introdurre deroghe ai trattati per promuovere investimenti pubblici che incoraggino la crescita. I populismi crescenti, l’insoddisfazione dell’opinione pubblica, il fastidio per le burocrazie europee – argomenti stupendamente tratteggiati da Mario Draghi nel suo discorso di Trento – sono evidenze concrete, non chiacchere. Occorre sbrigarsi prima che sia troppo tardi.

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

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