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18 07 2016 | Redazione | Economia

Tra terrorismo e post-Brexit. Ridare speranza a una Europa fiaccata

Il massacro di Nizza tiene aperta una ferita ormai presente da mesi sul corpo di una Europa che si sta lentamente dissanguando per gli scempi del terrorismo e per un autolesionismo ormai evidente. L’impotenza ad arginare un fenomeno devastante, incontrollabile, che colpisce a casaccio ma con grande intelligenza, è sotto gli occhi di tutti. Archiviato il mese degli Europei di calcio, con una Francia blindata negli stadi e nelle piazze, piomba il nuovo incubo, con il camion a far strage di cittadini in festa. In un continente che ha visto negli ultimi anni ripetuti attacchi terroristici, che hanno colpito alla cieca senza distinzione di Paesi, razze, cittadinanze, è mancata e sembra ancora mancare una risposta decisa, coesa, concordata a livello politico. È in questo contesto che la nefasta notizia dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione getta una luce ancora più buia sugli scenari futuri. Ogni giorno che passa dal fatidico 23 giugno ci fa capire quanto Brexit sia devastante per le prossime generazioni.

Ciò era già emerso in queste settimane dall’analisi di come il voto di poche migliata di sudditi di sua Maestà britannica abbiano definitivamente scardinato infissi già traballanti. Nei mesi passati si agognava a una Europa unita su obiettivi nuovi che non fossero i soliti della moneta, della finanza, delle banche. Invocando una Unione politica attenta alle nuove emergenze, a partire dal terrorrismo e dal dramma dell’immigrazione. Parole, progetti, sogni vanificati da Brexit.

Ci aspettano anni di incerta transizione per una trattativa che si preannuncia lunga ed estenuante. Chi esce non è un paese qualsiasi, ma quello della lingua ormai ”mondiale”, della diplomazia più abile nel tenere anche per conto dell’Europa i rapporti con i paesi del Commonwealth, con quelli dell’Asia, con molti stati africani. È il paese che si distingue in Europa per il suo ruolo forte nella cooperazione e assistenza ai paesi in via di sviluppo, quello che guida al di qua dell’Oceano le leve della finanza. E via andare. Avrà molti problemi, pratici e burocratici. Come gestirà, per esempio, la sua partecipazione al WTO, l’accordo mondiale del commercio, dove è entrata con il cappello della UE, e non con quello britannico? E si potrebbe andare avanti, parlando di tante cose, come del destino di quei contratti di durata, partiti con un regime comunitario (basato anche su finanziamenti UE) che viene superato.

Quello che preme vedere è ora la risposta dei fatti, del campo di gioco. L’Unione rischia molto, si apre una fase di incertezza aggravata dal rischio di continui scontri con le situazioni nazionali. Grandi fattori di rottura si profilano in Austria e Svezia, si apre una lunga stagione elettorale in Francia, in Germania, negli ex Paesi Bassi. Con il rischio del pericoloso contagio di Brexit. Ecco allora che a Bruxelles occorrebbe puntare con decisione su una diversa visione delle cose, con un’attenzione rivolta agli obiettivi di occupazione-crescita-sviluppo, buttando nel cestino gli obsoleti, superati, odiosi parametri di Maastricht. Si tratta di una gigantesca ma fattibile operazione di credibilità e di immagine per ridare fiato allo spirito europeista e sconfiggere i populismi striscianti.

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

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