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28 06 2016 | Redazione | Ricerche e studi

Reuters Digital News Report 2016. Lo stato dell’informazione tra brand, social media e native advertising

“Ogni anno a questa cena qualcuno fa, per esempio, una battuta sul fatto che BuzzFeed stia cambiando il panorama dei media. E ogni anno il Washington Post ride meno.” Questa era la battuta di Obama all’ultima cena con i corrispondenti della stampa alla Casa Bianca nell’aprile 2016 sulla crescente importanza dei nuovi canali nel panorama dei media; un’affermazione che si inserisce in un complesso panorama mediatico, quello descritto dal Digital News Report 2016 pubblicato lo scorso 14 giugno dal Reuters Institute for the Study of Journalism. Il report è condotto dal Reuters Institute for the Study of Journalism ed è basato su una serie di sondaggi condotti dalla compagnia Yougov su 50mila utenti online in 26 paesi. Al centro dei risultati sono l’incremento nell’uso dei telefoni cellulari, il ruolo dei social media, quello dei video, di nuovi brand giornalistici e l’importanza crescente di ad blockers e native advertising.

Con una diminuzione del ruolo dei computer (fissi e portatili) e dei tablet, lo smartphone diventa lo strumento principale di accesso alle news, con più della metà degli italiani che lo hanno usato, 53% in media a livello globale. Un fattore che porta i media a ricevere buona parte del loro flusso appunto da mobile: quest’anno BBC ha riportato di ricevere il 70% del proprio traffico da smartphone e tablet.

L’importanza dei cellulari è una diretta conseguenza del ruolo crescente dei social media, in costante aumento come fonte di news, usato per questo da oltre il 50% degli italiani, un valore che era poco sopra il 25% nel 2013. Con valori simili in paesi come Stati Uniti o Regno Unito, l’importanza dei social media non cambia solo le modalità di accesso, ma anche di fruizione. In questo senso il report sottolinea che i social spostano l’attenzione verso il dibattito e la partecipazione diretta alla notizia. Facebook è principe in questo, usato in media a livello mondiale da oltre il 40% dei rispondenti per accedere alle news, da oltre il 65% per contenuti di vario genere. Non tutti i trend vengono però confermati; questo riguarda in particolare la previsione fatta il 14 giugno da un Executive di Facebook che il news feed sarà “solo video nei prossimi cinque anni”. Nonostante i capitali investiti da Facebook stesso e altri nello sviluppo della fruizione dei video, solo un quarto dei rispondenti a livello globale dice di aver utilizzato video per accedere alle news, in crescita moderata rispetto agli anni precedenti. Se tra le ragioni vengono riportate la maggiore velocità di lettura di un articolo testuale, che può essere letto per sommi capi, il dato è forse influenzato anche dal ruolo ancora importante della televisione, addirittura in crescita come fonte di notizie in Italia (a fronte di una netta caduta della carta stampata). Un valore che però declina significativamente per gli under 35.

L’importanza dei social media e la loro capacità di poter strutturare la presentazione della notizia e il logo e layout della fonte di provenienza mette però a rischio i brand giornalistici: secondo il report, diminuendo la visibilità del media autore del pezzo, l’utente tende sempre meno ad associare i due, diventando così meno disposto a pagare per la qualità riconosciuta alla fonte. Un andamento confermato dal cambiamento di tendenza sulle news a pagamento, le cui entrate sono sempre limitate, e dal rischio portato alla selezione automatica delle notizie sui social. Non a caso in importanti mercati anglofoni, come Regno Unito e Australia, solo un terzo dei rispondenti dice di riconoscere i brand giornalistici. Questo rappresenta un forte dilemma per i media tradizionali, in cerca di un modello di business efficace e preoccupati di non perdere terreno rispetto ai nuovi operatori del mercato, tipicamente nativi digitali. Qui la tendenza descritta nella battuta di Obama si scontra con una realtà complessa: tendenzialmente le persone sembrano preferire nuove realtà, come BuzzFeed, per le cosiddette soft news, notizie leggere, mentre si rivolgono a media che conoscono bene per le hard news, le notizie importanti. La crescita dei primi è però forte: BuzzFeed ha guadagnato il 5% di persone raggiunte negli Stati Uniti e nel Regno Unito rispetto all’anno precedente, Vice è ora presente in molti paesi dove pochi anni fa era ancora assente (Brasile, Spagna, Italia). Il Daily Mail, il Guardian, il New York Times, la BBC e la CNN cercano invece un’espansione a livello globale, come confermato dalla crescente presenza del Guardian negli Stati Uniti e in Australia, facilitato dall’anglofonia dei suddetti paesi.

Parallelamente a questi mutamenti, anche il ruolo della pubblicità è in profondo cambiamento: il 24% dei rispondenti negli Stati Uniti usa ad-blocker per non vedere i banner pubblicitari, un dato che però sale al 44% per la fascia d’età 18-24. Una tendenza che stimola lo sviluppo del native advertising, non più una prerogativa delle nuove realtà editoriali, come BuzzFeed, Vox e Vice, ma attivamente portato avanti da media tradizionali, che hanno sviluppato team dedicati (New York Times, Washington Post e Guardian tra questi). Una novità accolta già positivamente: il 41% dei rispondenti italiani accetta contenuto branded per avere news gratuite, rispetto al 36% disposto favorevolmente verso i banner pubblicitari.

Quello che appare dal Digital News Report 2016 di Reuters è un mondo dei media in cambiamento, ma in cui molte tendenze devono ancora prendere una direzione marcata. Un punto interessante dello studio è rappresentato dalla sfiducia nei confronti dei giornalisti: solo il 27% dei rispondenti statunitensi dice di fidarsi di loro, il 33% in Italia. Riguardo alla fiducia nelle testate, quindi nei brand editoriali, questa sale al 42% nel Regno Unito e al 43% in Italia, lasciando pensare di poter ancora rivestire un ruolo come garanti delle aspettative dei lettori. Un punto su cui la strategia di molti media tradizionali potrebbe pensare di investire in futuro, forse più di quanto non lo abbia fatto in un meno burrascoso passato.

Potete consultare e scaricare il report integrale qui: http://www.digitalnewsreport.org/

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