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23 01 2017 | Redazione | Economia

Povera Italia, provincia dell’Impero

Nella settimana che ha visto la nomina di Antonio Tajani alla guida del Parlamento europeo, dopo il derby vinto con il connazionale Gianni Pittella, arrivano invece e purtroppo nuove batoste sulla reputazione del nostro Paese. In pochi giorni l’industria privata e il Governo hanno subito interventi europei che nella forma e nella sostanza feriscono l’orgoglio e l’amor proprio del sistema della politica e dell’economia. L’inopinato richiamo tedesco alla Fca con il perentorio invito a ritirare alcuni modelli della casa automobilistica perché inquinanti, invito subito rilanciato da Bruxelles, ha provocato la reazione dura dell’azienda e quella del nostro Governo. Ma perché organismi non preposti direttamente a questi controlli si permettono questa licenza di intervenire? Una qualche commissione italiana si permetterebbe di fare altrettanto con una società tedesca?

Domande con facili risposte che descrivono la nostra debolezza sul piano europeo, con una credibilità di Paese molto bassa. Che dire poi dell’invito della Commisioone UE a rivedere lo scostamento dello 0,2% del rapporto deficit-pil con una condanna esagerata di come gestiamo i conti di finanza pubblica. A livello europeo questo “cazziatone” ha avuto un’eco maggiore addirittura rispetto al sorprendente annuncio inglese di voler lasciare anche il mercato unico. Siamo deboli, la nostra reputazione è bassa, anni di malgoverno della cosa pubblica, di violazione e aggiramento delle regole ci hanno portato a questa situazione.

E anche queste ridicole reprimende sono il conto che paghiamo per comportamenti inadeguati nei confronti dei partner. Molto si è parlato della fusione fra Luxottica ed Essilor che sempre in settimana ha portato alla creazione di un colosso mondiale nel settore delle lenti e della occhialeria. Al momento si tratta di una operazione fra pari, con un quota di maggioranza relativa in mano all’azienda di Agordo. Ma non è un segreto che la sede della nuova entità sarà in Francia, la quotazione del titolo solo a Parigi (e la povera Borsa di Milano perde un altro pezzo) e che il futuro controllo del gruppo sarà francese. Ma perché tutto questo avviene? La risposta è nella vulnerabilità della nostra classe dirigente, incapace di preparare una valida successione nella guida delle aziende, soprattutto in quelle, e sono le più forti, del cosiddetto capitalismo familiare.

Al fondatore, al capitano di industria che ha creato un gioiello imprenditoriale non succedono persone in grado di proseguirne le gesta positive. Ecco allora che dall’estero piombano sulla penisola gruppi più attrezzati e preparati, che in nome della globalizzazione dei mercati arraffano il meglio. C’è chi invoca regole protezionistiche, difese della italianità, e altre balle del genere, chiedendo interventi restrittivi del Governo e delle autorità di controllo. Non è un problema di autorità, ma di autorevolezza di un sistema-Paese. Che manca. Non esiste una politica economica che tuteli e sostenga i settori di punta, ne assecondi l’espansione e la crescita.

Lo si è fatto sempre in modo sbagliato, con incentivi e regalie che hanno drogato il mercato. Crollato quando questi interventi sono finiti. Così abbiamo avuto, per esempio, la parziale e pesante delocalizzazione della Fiat, la fine dell’industria degli elettrodomestici. Tanti elementi negativi hanno quindi inciso sulla creazione di questo sconfortante scenario. Unico il risultato: la perdita di aziende che hanno fatto la storia del Made in Italy. Solo verso la Francia abbiamo visto l’addio di aziende come Gucci, Bulgari, Grandi Stazioni, Edison, Parmalat, Loro Piana e, nella finanza, di Bnl, Cariparma, Pioneer. E potremmo andare avanti. Ma è meglio fermarsi, e riflettere.

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

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