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07 10 2016 | Redazione | Economia

Polemiche su PIL, tafazzismo all’italiana

Siamo veramente uno strano Paese, con un livello di autolesionismo al massimo livello. Guidiamo certamente questa classifica mondiale, che alimentiamo di continuo con performance eccezionali. In settimana abbiamo assistito a una di queste straordinarie prestazioni, con la discussione sui livelli attesi di crescita del Pil, la cui previsione è sintetizzata nella nota di aggiornamento del Def, che il Governo si appresta a presentare in Parlamento. La sostanza del problema sta tutta nella differenza di 0,2 punti percentuali che balla fra le stime dell’Esecutivo per l’anno in corso e per il prossimo e quelle, anche esse ipotizzate, da altre istituzioni come la Banca d’Italia, il Fondo monetario internazionale, il tutto condito dalle valutazioni dell’Ufficio parlamentare di Bilancio.

In attesa che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, torni martedì prossimo in Commissione a dettagliare i contorni del provvedimento, alcune osservazioni sulla forma e sul merito della questione. Tralasciando la strumentalizzazione politica che ha come al solito caratterizzato anche questa vicenda, con affermazioni incredibili (fra le più leggere quella di ‘falso in bilanciò), vale la pena sottolineare come non si sia tenuto conto in questa polemica sullo zero virgola dell’effetto che le diverse misure economiche, ancora da annunciare e poi da mettere in pratica, potranno avere sull’indicatore in questione. Per non parlare di quelli che sono gli impatti esogeni che contraddistinguono sempre il dato reale rispetto alla previsione.

E parliamo di sciocchezzuole come l’andamento della congiuntura internazionale, il livello dei cambi, le oscillazioni anche forti come abbiamo visto delle quotazioni del petrolio. E allora buttare la croce addosso a chi su basi comunque concrete disegna il percorso statistico di crescita, avviene oggi con Padoan come prima con i suoi predecessori, è un ricorrente esempio di quel tafazzismo italiota di cui parlavamo. Manca qualsiasi anelito di coesione nazionale in un momento comunque difficile nel quale la ripresa rimane al palo. La polemica politica, resa più cruda dall’imminente appuntamento refendario, visto ormai come un apocalittico momento di non ritorno, getta benzina sul fuoco.

E anche le osservazioni di chi ha letto le prime indicazioni sul Def si prestano a contorte interpretazioni, trascurando in ogni caso che esse parlano di obiettivo “ambizioso” (Bankitalia) e di “eccesso di ottimismo” (Fmi). Quindi al più possono semmai dipingere un quadro di speranzosa fiducia per il futuro immediato del Paese. Non si vuole poi tenere conto di un quadro d’insieme internazionale difficile, dove siamo non solo noi alle prese con problemi interni assai pesanti. Gli Usa vivono con molte incognite la fase elettorale, la Gran Bretagna affronta con incertezze notevoli il dopo Brexit, la Germania deve affrontare una complicata fase pre elettorale (come del resto la Francia) ed è alle prese con l’esplosiva situazione della Deutsche Bank, la Spagna è senza Governo da 10 mesi. In una situazione come questa, assistere al grande spreco di risorse intellettuali attorno allo zero virgola fa ridere (o piangere a seconda degli umori).

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

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