Studio di Consulenza Strategica
per la Comunicazione d’Impresa

es is more.

chi

23 09 2016 | Redazione | Economia

Poche luci e molte ombre per l’industria del calcio

Quella che una volta era definita come la settima industria del Paese si dibatte oggi in una crisi profonda di identità. E sono proprio i brillanti risultati economici diffusi in settimana dall’azienda modello del settore a rendere ancora più evidente questa situazione. Parliamo del calcio, oppio degli italiani, senza alcun riferimento all’aspetto tecnico, peraltro pure quello in forte difficoltà, ma a quello economico del fenomeno, per i notevoli riflessi che ha nel costume e nella società italiana. Il Cda della Juventus ha diffuso nei giorni scorsi i risultati del bilancio 2016 chiuso allo scorso 30 giugno. Ci parlano di ricavi in crescita, poco al di sotto dei 400 milioni, e di un utile netto di 4 milioni, in crescita rispetto all’esercizio precedente. In linea e comunque positivi gli altri indicatori, a parte alcuni voci come quella per i costi di procuratori e agenti. Con questi dati la società degli Agnelli si avvicina molto al gruppo delle società europee più redditizie, avvicinandone alcune (Chelsea, Manchester City, Bayern), avendo ancora un gap da colmare con le prime tre del gruppo, Real Madrid, Barcellona, Manchester United. Ma al di là di questi risultati di periodo, la società torinese si conferma come l’unica italiana che abbia imboccato con decisione la strada dell’efficienza e della gestione industriale della sua attività sportiva. Uno stadio di proprietà che genera ricavi per 44 milioni, un merchandising gestito direttamente che porta nelle casse della società 13,5 milioni in più, un grande appeal per gli sponsor che assicurano entrate per 70 milioni.
Per non parlare delle plusvalenze generate dalle campagne acquisti e cessioni. Certo pesano gli ingaggi e l’indebitamento, frutto peraltro in gran parte degli investimenti come quello per lo stadio. Ma se lasciamo la società bianconera, la situazione è ben diversa e quale sia esattamente non lo sappiamo. Negli anni passati le nostre autorità di controllo dei mercati sono state molto criticate per la quotazione in Borsa delle società di calcio (lo sono la Roma, la Lazio, oltre alla Juventus), ma almeno esistono in questi casi obblighi di trasparenza ben definiti. Altrimenti si brancola nel buio o nelle chiacchere da bar sport per capire come stanno effettivamente i conti delle società di Serie A e B. Adesso è il momento dei cinesi. Le due squadre milanesi sono sotto il loro attuale o futuro controllo. L’Inter in una fase di assestamento societario, il Milan impegnato invece in un passaggio di mano dal gruppo Berlusconi ad una non ancora definita cordata di imprenditori e finanzieri di quel Paese. E non passa giorno che per altre società non si parli dell’arrivo di fantomatiche cordate dei più svariati paesi e continenti. Si è perso tempo nel dare al fenomeno degli assetti economici forti e ben definiti. Gli impianti sono superati, non confortevoli, poco sicuri. Lo stadio di proprietà è ormai un miraggio, vista la lievitazione dei costi. Ma chi lo ha fatto, tutto (Sassuolo) o in parte (Udinese) ne vede i positivi effetti.
La commercializzazione del marchio è ad altissimo rischio: le blande e non applicate leggi italiane consentono lauti guadagni all’industria del falso. Si punta poco sui vivai e sulla valorizzazione dei giovani, tranne sporadiche eccezioni (il Milan nell’ultima partita ha schierato sei giocatori under 23).
E nel settore possono ancora liberamente scorrazzare personaggi di dubbia trasparenza. Sul fronte dei ricavi rimane forte allora la voce dei diritti televisivi, ma anche in questo caso pesano per il settore dubbi e interrogativi. È una torta che potrebbe presto ridursi a causa di una più ristretta concorrenza fra gli attori del mercato, per effetto di una crisi finanziaria che ha riguardato taluni di questi soggetti.

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

, , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *