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24 10 2016 | Redazione | Editoriali e commenti

Le tecnologie digitali invecchiano e gli stereotipi generazionali cadono

Il 13° Rapporto Censis UCSI sulla Comunicazione

Nel Tredicesimo Rapporto sulla Comunicazione di Censis/UCSI (pubblicato da Franco Angeli) c’è subito una buona notizia: si parla di tecnologie digitali e non di nuove tecnologie. Nell’anno in cui abbiamo festeggiato il trentesimo compleanno di Internet in Italia, almeno abbiamo superato il longevo preconcetto di “nuove”, traditore di una difficoltà di comprensione reiterata negli anni. Rimane da lavorare sul concetto di tecnologia riferito alla Rete, ma anche qui il Rapporto fa un egregio lavoro presentando il sistema digitale della comunicazione al di là degli aspetti tecnologici, ma come un fenomeno sociale.

Non solo per questo, come ogni anno questo lavoro, che ci presenta uno spaccato prezioso della dieta mediatica degli italiani e dello sviluppo/contrazione dei mezzi con i quali l’informazione viene assorbita nel Paese, pone un approccio interpretativo dei dati di tipo sociologico che quest’anno pare particolarmente efficace.

Dopo averci presentato la grande trasformazione dei media, la personalizzazione dei palinsesti mediatici e informativi, l’era biomediatica e ladisintermediazione digitale, oggi ci propone molto efficacemente “gli strumenti della disintermediazione digitale (…) come cunei nel solco di divaricazione scavato tra élite e popolo, prestandosi all’opera di decostruzione delle diverse forme di autorità costituite, fino a sfociare nelle mutevoli forme del populismo, antisistema e radicale, che si stanno diffondendo rapidamente in Europa e in Occidente”.

Questa proposta interpretativa appare particolarmente convincente proprio grazie al percorso analitico appena ricordato, contenuto e sviluppato nei diversi rapporti precedenti. Il mutamento profondo del paradigma dell’informazione, abilitato dalla diffusione massiva dei canali digitali, fino alla identificazione dello smartphone quale motore assoluto del cambiamento (+191,6% a fronte della spesa totale delle famiglie al -5,7% tra il 2007 e il 2016), è stato sempre ben osservato dal Rapporto, pur se con qualche concessione verso la stampa tradizionale. Un esempio: se il consumo di quotidiani quest’anno viene indicato al 40,5% degli italiani, e posto che da dati ADS ogni giorno si vendono 2,8 milioni di quotidiani, ciò significherebbe che per una popolazione di 60 milioni di persone ogni giorno i lettori sarebbero 24,3 milioni: 8,67 persone per copia venduta.

Così come sorprende che secondo i dati del Rapporto gli over 65 leggano quotidiani per il 49,4% (mentre accedono a Internet per il 31,3%, posseggono uno smartphone nel 16,2% dei casi, e con la stessa percentuale, il 16,3%, hanno un account su Facebook), a fronte di giovani under 30 che leggono un quotidiano nel 29,7% dei casi. Tra i due gruppi, over 65 e under 30, c’è quindi meno del 20% di differenza nella lettura dei quotidiani. Non so voi, ma io non vedo un under 30 con un quotidiano in mano da almeno dieci anni, nemmeno comprendendo la Gazzetta dello Sport.

Ma la spiegazione sta probabilmente nel format della domanda, che chiede se il giornale sia stato letto almeno una volta alla settimana. Con ogni probabilità di fronte al quesito posto in questo modo scatta una sorta di vergogna, e molti magari conteggiano lo sguardo distratto dato alla copia del bar mentre prendono il caffè … giovani compresi.

Anche quest’anno comunque il calo dei quotidiani (e dei libri), inferiore a quello dei settimanali e periodici, già stremati da un decennio di cali poderosi, ci conferma che l’aggregatore di notizie nella forma cartacea è definitivamente decretato come non gradito, pur a fronte di quanto nel Rapporto è ben evidenziato: come per gli altri anni, non è venuto meno il ruolo dei grandi Gruppi editoriali quali propositori dei contenuti più affidabili in termini di informazione, che sono poi masticati in Rete dai vari famelici strumenti di commento e diffusione.

Non sorprende che il ruolo della TV sia addirittura in aumento (97,5% , +0,8% rispetto al 2015), grazie ai nuovi modelli tecnologicamente accattivanti che hanno riaperto il piacere della visione domestica di serie e film. Sorprende un po’ invece l’aumento degli ascolti della Radio, e non come si potrebbe immaginare per l’aumento della fruizione via web. E qui la nostra spiegazione non ci piace affatto: il fatto che in dieci anni l’aumento della fruizione via smartphone sia stato del 13,7% non stupisce, mentre quello dell’autoradio del 14,6% non è una bella notizia, perché vuol dire che le nostre ore di drive time per recarci o tornare dal lavoro sono drasticamente aumentate per effetto dell’aumento del traffico urbano ed extraurbano.

Non decolla l’e-book che torna a crescere di un 1,1% nell’anno, ma in totale non va oltre un risicato 10%. Trionfa come detto lo smartphone arrivato al 64,4% della popolazione, superando i telefoni tradizionali (62,6%), e decretando che c’è ancora nel nostro paese una penetrazione dei cellulari pari al 127% della popolazione. Facendo la tara con la diffusione degli oggetti connessi tramite la IoT (Internet Of Things), sono ancora molti ad andare in giro con due cellulari (casa/lavoro? moglie/amante? … ).

Grande exploit delle donne che, stavolta senza quote rosa, sono state identificate come il motore del consumo dei media nell’anno in corso, confermato il protagonismo dell’utente nella costruzione del proprio palinsesto TV, interessante l’analisi delle app e delle startup che propongono strumenti tecnici per usare la connessione per una serie di scopi diversi: dalla localizzazione delle strade/località, la più diffusa, sino ai nuovi utilizzi ancora pochissimo diffusi del car-sharing/ride-sharing, che ci riportano sulla incidenza della piaga del traffico urbano e del conseguente inquinamento, che affligge il nostro tempo in modo inarrestabile e di cui quasi nessuno parla nel mondo dell’informazione.

Ultima analisi del Rapporto è quella sulla privacy e su quanto gli accadimenti internazionali, soprattutto legati al terrorismo e agli attentati, abbiano sensibilmente prodotto nell’opinione pubblica la disponibilità a un abbassamento delle pretese di tutela dei nostri fatti personali a fronte della necessità dell’utilizzo di cybersecurity come migliore arma di analisi e prevenzione di fatti criminali di portata internazionale.

Pervade il Rapporto, come di consueto, l’eterna domanda su come orientarci nella palude della frammentazione non gerarchica delle notizie o presunte tali in Rete, abilitate e diffuse dagli strumenti social. La risposta è sempre quella, sta nell’approfondimento, nello studio, nell’attenzione ai dettagli e nella capacità di analisi dei fatti. Con la superficialità che dilaga nei commenti sui social network, occorre sapersi orientare senza divenire tutti dei Napalm51, il nuovo personaggio di Crozza, personificazione perfetta del rompiscatole seriale e del mentaniano webete abilitato dalla rete.

Carlo Fornaro (@CarloFornaro)

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