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23 11 2016 | Redazione | Editoriali e commenti

La comunicazione nell’era della post-verità

È di qualche giorno fa la notizia che l’Oxford Dictionary (prima edizione 1857) ha indicato come parola dell’anno post-verità. Un clima di accettazione passiva di verità apparenti e comunque sufficientemente credibili tanto da essere accettate senza discussione. L’istituzione inglese individua Internet e i social network quali canali che hanno reso possibile il radicarsi di credo di massa su bufale epocali, ma non trascura tv e radio, talk show e semplici conversazioni da bar.

In realtà quindi di post-truth i popoli hanno sempre vissuto. Ora si vede di più perché la Rete e suoi strumenti sociali ne consentono diffusioni planetarie, per cui Obama in realtà è un keniota musulmano, esistono le scie chimiche, abbiamo tutti sottopelle un chip con il quale veniamo controllati da entità superiori che governano il mondo, la Brexit consentirà risparmi per fantastilioni di dollari, se mi votate sconfiggeremo anche il cancro, bisogna assolutamente votare “No” perché questa riforma consente una deriva autoritaria, ma bisogna assolutamente votare “Sì” perché questo è l’unico governo possibile per il Paese.

Moltissime delle cento novelle che compongono il Decameron, il capolavoro trecentesco del Boccaccio, si basano su post-verità con le quali preti e fratacchioni, giovinetti e omoni convincono suore, fanciulle, vedove o sprovvedute contadine a concedere le loro grazie, spesso distraendo mariti, padri o titolari a vario titolo della relazione, con strepitose bufale e stratagemmi spettacolari. Si tratta certamente di splendide finzioni letterarie, per le quali occorre riattaccare la coda, scacciare il demonio, pulire il fondo dell’orcio, e via dicendo, ma rimangono tuttavia indicatori dell’attitudine a gabbare persone semplici con racconti fantasiosi, con promesse di premi divini, di miracoli o di ricchezze immediate nel tempo in cui non esistevano fattori di controllo, reti di verifica delle fonti e dei fatti, non c’erano i giornali o altri punti di riferimento sociali a cui aggrapparsi per verificare le veridicità di facezie e bufale.

Proprio la progressiva affermazione culturale delle masse, attraverso l’affermarsi della frequentazione nei secoli di scuola, lettura, giornali, teatro, e poi cinema, radio, televisione e uso di internet ha progressivamente corretto, limitato e circoscritto la diffusione delle patacche e delle non-verità.

Ma mentre fino all’affermarsi delle reti sociali di conversazione la verifica sembrava più accurata e la competenza era ancora un punto di riferimento a cui affidare governi e guide dei popoli, la disintermediazione operata dai moderni strumenti sociali abilitati dalla Rete ha portato indietro l’orologio di secoli, e fa esclamare oggi all’Oxford Dictionary che “viviamo nell’epoca della menzogna”.

La domanda quindi diventa quanto ci vorrà perché la iperbolica esplosione della partecipazione di milioni di persone alla discussione politica, sociale, sportiva e via elencando, venga raggiunta dal grado di competenza necessaria a poter discutere con cognizione di una riforma costituzionale, piuttosto che del proibizionismo sulle droghe leggere o della ricerca scientifica attraverso l’uso della sperimentazione animale?

Per ora siamo fermi a “io dico ‘No’, questa riforma è scritta coi piedi”, “non permetteremo lo spinello di stato” e “assassini! Basta con la vivisezione (ndr, pratica non più praticata da tempo)!”. Per ora siamo piantati nell’era della menzogna.

Carlo Fornaro (@CarloFornaro)

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