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27 06 2016 | Redazione | Economia

Brexit apre la crisi europea, preoccupazioni per l’Italia

Andata a dormire con la certezza di una stabilità politica, l’Europa si è svegliata con la sorpresa del voto inglese che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Una scelta democratica e controversa che spacca quel Paese, lo riporta alla sua dimensione geografica di isola, ma di cui tutto sommato pagherà in prima persona le eventuali e prevedibili conseguenze politiche ed economiche.
Il problema è l’Europa rimasta orfana dei sempre scettici sudditi della Regina, già fuori dall’euro, già fuori da Schengen. Il problema è l’Italia chiamata ad affrontare con l’elmetto l’ennesima crisi, ancora una volta arrivata dall’esterno. Il voto britannico apre ufficialmente la crisi di una costruzione europea che già scricchiolava e ora rischia di implodere. Regole scritte alla fine degli anni ottanta dell’altro secolo mostrano tutta la loro fragilità, superate, inadeguate, impotenti, incapaci di presiedere ad una realtà completamente mutata, dopo le crisi determinate dalle nuove situazioni geopolitiche, dall’incubo dell’11 settembre, dalle due recessioni, dalla realtà emergenziale dei flussi immigratori.

Andiamo avanti ancora con i parametri di Maastricht, quelli che danno la priorità ai controlli di finanza pubblica, deprimono gli investimenti, ignorano come secondaria la variabile lavoro. Se a questo aggiungiamo gli squilibri evidenti nel peso dei paesi membri con una Germania invadente, ma incapace di fare da vera locomotiva del continente, non ci si deve stupire più di tanto del voto inglese. E delle altre pressioni che arriveranno presto dall’Olanda, dalla Finlandia, dalla Francia, da tutti i movimenti populisti attivi in Europa.

Gli osservatori economici hanno subito definito paurosi i dati sull’andamento dei mercati finanziari e valutari (e questa volatilità andrà avanti per mesi), ma lo sono altrettanto quelli sull’andamento dell’occupazione, dei giovani senza speranza, del crollo della produttività, degli investimenti. Un insieme di segni meno che da tempo avrebbe dovuto svegliare la burocrazia cieca di Bruxelles, attiva invece solo nel richiamare i paesi al rispetto degli “zero virgola”. Chissà se questo cazzotto sarà in grado di portarci verso una nuova Europa. Per il momento dobbiamo attaccarci forte all’unico salvagente che abbiamo, quello della Banca centrale Europea, sperando che la struttura guidata da Mario Draghi sia in grado di affrontare una crisi che si preannuncia lunghissima.

In questo certo peggioramento del quadro macroeconomico rischiamo di essere una delle barche in maggiore difficoltà, come le prime evidenze dei mercati hanno evidenziato. Rischio che si riassume nelle preoccupazioni per gli effetti sul finanziamento del debito pubblico, per la profonda caduta delle quotazioni, per le ripercussioni più pesanti per un settore bancario pesantemente zavorrato dal problema delle sofferenze. Con un aumento dei tassi di interesse subiremo un rallentamento del calo della spesa per interessi, verrebbe influenzata in negativo la ripresa del mercato immobiliare.

Se è vero che il nostro interscambio commerciale con il Regno Unito pesa relativamente poco sul nostro prodotto interno lordo, è anche vero che quel paese ospita oggi, con oltre 800 mila nostri concittadini, la nostra più grande comunità all’estero. Londra è di fatto la settima città italiana per numero di abitanti, la Gran Bretagna sul suo intero territorio ha accolto non solo una emigrazione italiana dedita ai servizi del turismo e della ristorazione, ma anche quella di infermieri, chirurghi, giovani laureati orientati all’innovazione attratti dalle chance offerte da quella piazza. Per non parlare del mondo delle imprese e della finanza.

Difficile che questa possibilità possa essere nel futuro assicurata, sia per chi è da poco arrivato, sia per coloro che avevano questo obiettivo di occupazione qualificata e internazionale.

Giuliano Zoppis (@GiZoppis)

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