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26 01 2017 | Redazione | Editoriali e commenti

Basta con la finta democrazia, si può dire?

Non so se si può dire, ma ci provo. Ogni volta che seguo trasmissioni radiofoniche, condotte anche da bravissimi giornalisti, che affrontano tematiche complicate, con ospiti adeguati a discuterne dettagli e sfumature, e che poi aprono i microfoni agli ascoltatori, ecco, ogni volta mi viene un pensiero reprobo.

Parte il verboso concittadino, il cui italiano è aggrovigliato in tragiche cadenze dialettali, che spiega agli esperti, non senza fatica, che per risolvere il problema del freddo nelle scuole bisognerebbe mettere quell’apparecchietto che misura la temperatura e che, se questa scende sotto i 19 gradi, scatta e fa accendere la caldaia — Il termostato? Soccorre il conduttore. Sì, ecco, quello che dice lei — conclude il malcapitato.

Oppure, se si discute del caso del povero Stefano Cucchi, morto in carcere dopo essere stato pestato a sangue da chi lo ha interrogato (esistono le intercettazioni, prima dell’arresto era in palestra a correre, e altre evidenze scorrendo), dobbiamo proprio sentire il parere di tutti quegli imbecilli che altro non sanno dire se non cose come “tossico di merda, se è morto non ce ne frega un cavolo” oppure “non si può dare addosso all’Arma, quelli rischiano la vita per noi tutti i giorni e non è giusto prendersela con loro”?

E ancora, può esser messo in onda il parere di una altolocata signora veneta che, dall’alto del suo birignao e della presunzione di statura culturale acquisita non per studio ma per censo, protesta perché nella scuola di sua figlia sono stati investiti soldi pubblici per il wifi (“che non ci sono nemmeno i computer!”) e non per potenziare il riscaldamento o migliorare il servizio di pulizia?

Per non parlare dei commenti ad episodi di grande presa emotiva, come i recenti terremoti e la terribile nevicata di fine gennaio, con la tragedia dell’Hotel Rigopiano. Si cercavano ancora segni di vita sotto la neve quando hanno squarciato l’etere le dichiarazioni un filino azzardate (ma forse figlie delle sentenze di condanna per i geologi che non “avvisarono” le popolazioni dell’Aquila del pericolo che correvano a rimanere in casa prima del terribile terremoto del 2009) del capo della Commissione Grandi Rischi, Sergio Bertolucci, che scolpisce nero su bianco: “Non ci sono evidenze che la sequenza sismica sia in esaurimento”. Le faglie attive dal 24 agosto 2016, giorno della disastrosa scossa di Amatrice, “hanno il potenziale di produrre terremoti di elevata magnitudo (6–7)”. Non solo, in Abruzzo si rischia un “effetto Vajont”.

La sera stessa il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Del Rio si precipita in TV, ospite di un noto talk show pre-serale, per tranquillizzare tutti: “abbiamo riunito la commissione tecnica, è tutto a posto, le dighe non presentano segni di cedimento e non ci sono pericoli”.

Il giorno dopo i microfoni aperti dei talk radiofonici del mattino registrano puntualissimi un florilegio di commenti di cittadini che affermano semplicemente di non credere alle parole del Ministro!

Ecco, quando si sentono questi “contributi” alla discussione c’è da chiedersi se davvero dobbiamo dare voce proprio a tutti per quel principio che chiamano con molta deferenza democrazia.

Ha fatto molto discutere la recente presa di posizione del virologo Roberto Burioni, quando, nel cancellare alcuni commenti ai post della sua pagina Facebook, ha sostenuto che la scienza non è democrazia, perché lui ha studiato una vita per poter proporre pareri su questioni delicate come i vaccini (storico il suo scontro a maggio del 2016 con Red Ronnie a Virus, quando quest’ultimo sosteneva che le vaccinazioni portano all’autismo), e non tutti possono dire la loro su questioni per le quali occorrono anni di studi per essere competenti.

In casi come questo puntuale è la sollevazione di tutti coloro che si sentono indirizzati dalla critica, attivi e parlanti su argomenti complessi, che gridano come un sol uomo per mettere in guardia il mondo dal pericoloso attacco alla democrazia.

Comincio a domandarmi se il termine in questi casi abbia senso. Non è per democrazia che si dovrebbe diventare primari, professori universitari, top manager e perfino ministri, ma per competenza. I ministri infatti non sono eletti, ma nominati dalla coalizione che appunto ha preso più voti nella democratica battaglia elettorale. E i professori universitari, i primari, i capi delle grande aziende, almeno in linea teorica, dovrebbero essere scelti per merito, con concorsi o raffronti professionali, senza ingerenze politiche o clientelari. Non vengono eletti.

Alcune tribune giornalistiche non da oggi aprono i microfoni per collezionare sequele di sciocchezze trasmesse come il parere di un premio Nobel: per l’audience si fa questo e altro. Ma ho l’impressione negli ultimi tempi la frequentazione dei social network da parte, sostanzialmente, di quasi tutti quelli che hanno un accesso a Internet abbia allenato a condividere senza controllo anche pareri esclusivamente emotivi e non basati su dati e verifica dei fatti.

Io direi di pensarci un attimo. Già può succedere che alcuni giornalisti si avventurino in territori per loro ostici, senza il dovuto zainetto delle provviste, ma se facciamo diventare le trasmissioni di approfondimento totalmente social, è fatta: la (finta) democrazia si è impossessata della competenza, e ne ha fatto strame.

Carlo Fornaro (@carlofornaro)

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