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11 12 2017 | Redazione | Editoriali e commenti

A cosa servono le Fake News?

La minaccia del digitale portata dalle nuove tecnologie e capeggiata dal popolo della rete produce fake news!”.

Diffusa affermazione adespota di una certa superficialità. Vediamo perché.

L’affermazione che sta nel titolo di questo post è una frase che spesso abbiamo sentito dire soprattutto in ambito editoriale. Ma a ben guardare però le nuove tecnologie hanno più di trent’anni, motivo per cui chi continua a considerarle nuove vuol dire che non le usa, non le capisce e le sente ovviamente come una minaccia, quella del digitale appunto, sostenuta dalla figura mitologica del popolo della rete. Ma che senso ha parlare di popolo della rete? Avete mai sentito parlare del popolo dei frigoriferi? Eppure tutti ne abbiamo a casa uno. O del popolo dei mangiatori? Mangiamo quasi tutti tre volte al giorno, e via di questo passo. Quindi questo temibile popolo della rete siamo noi, praticamente tutti noi, tranne qualche editore e qualche giornalista particolarmente poco innovativi.

Gli stessi che oggi parlano come un disco rotto del dilagare e del pericolo delle fake news. Il dibattito ha assunto toni e proporzioni stucchevoli e paradossali, ma soprattutto non si trova chi analizzi il merito della faccenda con un minimo di attenzione in più, prima di gridare al pericolo da un lato, e alle prodigiose soluzioni affidate a intelligenze artificiali e a report quindicinali dall’altro.

Innanzitutto a cosa servono le cosiddette fake news? “A fare propaganda politica!”, risponde come un sol uomo tutta la stampa in coro. Ecco, cominciamo da qui. Sapete come si chiamava la prima forma di comunicazione di impresa? Propaganda. Proprio così! Secondo Wikipedia “la propaganda è l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni ovvero il conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo”. E di seguito: “In antitesi alla propaganda dovrebbe essere la pura e semplice esposizione dei fatti, della realtà nella loro completezza” (cioè il Giornalismo, con la G maiuscola, ndr).

La propaganda ha origini lontane, da San Paolo alle Crociate, da Giulio Cesare a Virgilio, fino ai giorni nostri, passando per il più nobile dei suoi travestimenti moderni, la pubblicità.

Ora, non è questo il luogo per fare la storia della propaganda, ma certamente l’origine della Comunicazione e delle Relazioni Pubbliche (PR) vanno ricercate esattamente in questa pratica, che molto è stata poi usata anche da giornali e giornalisti di tutto il mondo in di tutte le fasi della modernità.

Allora, le fake news sono un fenomeno solo della nostra epoca? Assolutamente no. La più famosa della storia moderna è stata probabilmente quella operata da un geniale Orson Welles, che nel 1939 dai microfoni radiofonici della CBS diffondeva il panico tra i cittadini descrivendo niente meno che l’invasione aliena! E nel tempo i media di ogni risma e grado hanno diffuso bufale (prima si chiamavano così) di ogni genere per motivi essenzialmente, appunto, di propaganda.

Cosa è cambiato allora oggi, e di che stiamo parlando? È successa una cosa semplice, è arrivata la rete con le sue piattaforme sociali di conversazione che nessuno è ancora riuscito a domare pienamente per fare propaganda attraverso notizie false o non esattamente vere. E mentre prima una notizia su un giornale era letta da una fetta, limitata, della popolazione che non aveva strumenti per il controllo immediato della sua veridicità, se non le personali dotazioni culturali e analitiche, oggi la rete permette a tutti, indistintamente, con due o tre click e una certa capacità di analisi, di controllare se una notizia è vera o falsa, e di smascherare il falsario additandolo alla pubblica indignazione.

Se il presupposto del dibattito è che su questa esplosione di notizie false è stata abilitata da Internet, il medesimo appare semplicemente surreale. Se c’è una cosa che la rivoluzione digitale ha portato in dote ai cittadini è che possono finalmente accorgersi che ci sono le fake news e non attribuire una automatica aura di verità a ogni cosa sostenuta dalla vecchia informazione equiparando automaticamente alla verità quanto “è uscito sul giornale”.

È solo grazie al digitale e alle sue straordinarie prerogative che un cittadino potrebbe farsi da solo il fact checking necessario a non cadere nelle trappole qualora ne avesse voglia, ma soprattutto disponesse degli strumenti culturali adeguati. Su questo aspetto della faccenda, digitale o non digitale, invece nulla è cambiato rispetto a prima; chi si è saputo creare strumenti adeguati a una corretta lettura della realtà li usa, prima come adesso, indipendentemente dal mezzo con cui sono trasmesse le informazioni che riceve, al netto della funzione di mediazione del giornalista, che ieri come oggi rimane necessaria.

Quindi, risponde al vero che oggi siamo di fronte all’esplosione incondizionata della diffusione di bufale in forma digitale, create ad arte per favorire una parte politica piuttosto che un’altra? Chiediamoci piuttosto come avremmo dovuto e come dobbiamo leggere anche oggi molto spesso la diversa interpretazione dei fatti che ogni giorno viene data dai giornali di carta, ognuno secondo la propria inclinazione politica.

Insomma, non c’era un tripudio di fake news prima e non c’è nemmeno adesso. L’autorevolezza del giornale di carta, della stampa tradizionale offerta dei grandi brand dell’informazione ci aveva abituati a considerare già fatta la necessaria verifica dei fatti (è l’intermediazione bellezza), ma ora che siamo tutti giornalisti nessuno la fa più. E dovremmo cominciare a farla, se proprio vogliamo essere tutti giornalisti, augurandoci nel frattempo che il mondo editoriale riesca presto a trovare la maniera di preservare la strepitosa funzione dei Giornalisti con la G maiuscola, sempre più necessari in questo mondo dis-mediato, ma che tra poco non sapranno più da chi farsi pagare lo stipendio. E, quello sì, sarà un grande danno per l’umanità, non la minaccia del digitale…

Carlo Fornaro (@carlofornaro)

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